giovedì 9 luglio 2009

Il G8 e il sentore dei popoli

Il G8 serve a tutto, il G8 non serve a nulla. I Grandi non decidono mai niente, i Grandi hanno in pugno il destino del mondo e le loro decisioni sono fondamentali. Dietro queste asserzioni perentorie che affollano i giornali in queste settimane, si nascondono due concezioni opposte della Storia e della politica. Da una parte troviamo chi sostiene che la Storia la fanno i popoli e tutti i cambiamenti, infallibilmente, provengono dal basso. Dall'altra troviamo coloro che ritengono essere i grandi uomini e i potenti gli unici in grado di dirimere le controversie fondamentali e indirizzare il mondo. Scuole di pensiero antichissime, da Platone agli elitisti italiani, da Rousseau ai marxisti, si sono scontrate sull'argomento senza trovare una soluzione intermedia. Io invece, miserando blogger con i brufoli sulle chiappe, ho la presunzione di credere che oggi, grazie alla diffusione dei media digitali e alla conseguente maggior coscienza partecipativa di ampi settori della popolazione mondiale, si può raggiungere il tanto agognato equilibrio fra le pulsioni sanguigne e veraci del popolo e le ponderate, spesso progettuali, scelte dei potenti. Insomma, il G8 serve eccome e ancor più servirà se diventerà G14 o G20 nei prossimi anni. Ma la pubblica opinione ha un peso sempre maggiore sulla scelta delle opzioni per il futuro. Nel confuciano "giusto mezzo" ci stanno le capacità dei grandi uomini di ascoltare le persone, di orientare realmente la quotidianità e non lasciare lettera morta delle decisioni prese durante i vertici internazionali.

mercoledì 8 luglio 2009

Piccole miserie d'Italia

Incredibile ma vero: in Italia si è appena conclusa una grande vittoria contro i privilegi. Finalmente Gli assistenti parlamentari (volgarmente bollati come portaborse) da ora in poi pagheranno la mensa alla Camera alla stessa tariffa che vige per i dipendenti dell'ente e per quelli dei gruppi parlamentari. Prima era diverso: portaborse 10 euro, dipendenti dei gruppi parlamentari 7 euro e dipendenti della camera 5 euro. Adesso anche i portaborse pagheranno 7 euro. Guerre tra poveri, per guadagnarsi il pane quotidiano. Fa impressione leggere queste notizie e scoprire che è dovuto intervenire il presidente della Camera per dirimire la questione in senso più egualitario e far spurgare questi sozzi bubboni di privilegio. Ragionamento: se c'è bisogno di Fini per la riforma dei buoni pasto, cosa ci vuole per le grandi riforme? Che paese è l'Italia dove il tempio della democrazia, il parlamento, è segnato dalla guerre tra poveri? Una volta c'era lo spaghetti western. Adesso restano solo gli spaghetti. Se persino la mensa della camera fa vergogna, chissà cosa succede più in alto... pensateci prima di spellarvi le mani ad applaudire l'Onorevole!

Berlusconi, garante dell'opposizione

La sinistra italiana, post e cattocomunista, rovinosamente moralista in omaggio al Berlinguer defunto, giustizialista per il ducetto Di Pietro, sfaldata come la sbrisolona e a corto di idee e visioni, dovrebbe smettere di chiedere la caduta del Berlusca. Il ceronato di Arcore è infatti l'unico buon motivo rimasto agli elettori radical chic per votare PD o IDV. Con le sue gaffes, i suoi processi, le sue fuitine, la sua corte di zoccolette, Berlusca è l'obiettivo ideale degli strali della magistratura, dei ben pensanti, dei sinistri delusi. A cosa si attaccherebbero se il centrodestra fosse capitanato da un irreprensibile come Fini? Quali motivazioni escogiterebbero se un Tremonti saputissimo comandasse le truppe del PDL? I nipotini di Gramsci e Dossetti resterebbero ancora più appiedati di quel che sono oggi e l'opposizione finirebbe col ridursi a straccetti piccolissimi, insignificanti pappardelle scivolose. Mentre il centrodestra diventerebbe padrone assoluto del paese. Berlusputin, esaurita la sua nobilissima funzione storica, è oggi l'ancora di salvataggio per la schiamazzante turba rosa shocking, altro non suole da quelle aride parti. Con tutte le sue debolezze consente di coltivar speranze e di affondare colpi. E lui, il trapiantato di Segrate, non mollerà la scotta fino a quando tirerà il gambino. Dunque coraggio, cari compagni valutosi: c'è ancora qualcosa per cui gridare.

martedì 7 luglio 2009

Quaquaraqua anziché uomini

Insegno cinema da tredici anni. Ho tenuto corsi e seminari presso licei e università, detengo la cattedra di regìa presso la Scuola d'Arte Cinematografica di Genova, che ho anche l'onore di dirigere. Nell'arco dell'ultimo decennio ho avuto dunque modo di toccare con mano la deriva intrapresa dalla maggioranza dei nostri giovani. Stagione dopo stagione, mese dopo mese ho visto diminuire il desiderio di applicarsi e l'amore per il fare, aumentare l'arroganza e l'ignoranza di fondo, mentre venivano relegati in un angolo il rispetto e l'educazione. Se dieci anni fa potevamo affidare il delicato materiale da ripresa e da illuminazione agli allievi senza timore di subire danni, oggi abbiamo la quasi certezza che molti pezzi non rientreranno alla base e siamo stati costretti a mettere nel budget un'ampia voce "guasti". La noncuranza trionfa e il menegfreghismo la fa da padrone. La settimana scorsa un diciottenne di Pavia, iscritto al corso di fotografia cine, ha dato del "coglione" all'insegnante, un ottimo professionista cinquantenne. Pochi mesi prima mi ero permesso di redarguire un altro corsista milanese perché faceva troppe assenze. La madre, una psicologa, è subito accorsa a protestare perché il corso era a pagamento e dunque il figlio aveva diritto di fare quello che voleva. Genitori così abbondano e potrei citare decine di casi simili. Ogni forma di disciplina è abolita, i ragazzi hanno solo diritti e nessun dovere. Se alla fine dell'anno accademico noi docenti ci permettiamo di criticare i risultati raggiunti dagli iscritti veniamo bollati di incompetenza e approssimazione, mentre tra i nuovi film-makers fioriscono l'inettitudine e la presunzione. E' un panorama tristissimo che mette in luce i mali prodotti dalla pedagogìa, da certa psicologìa figlia del sessantotto e del clima culturale permissivo indotto dal pensiero di sinistra d'accatto. E' un problema gravissimo che contribuisce in maniera determinante a creare flaccidi e supponenti quaquaraqua anziché uomini e donne. Se non risolveremo la questione educativa le prossime generazioni sprofonderanno nel mare liquamoso della decadenza e la nostra civiltà scomparirà tra i suoi flutti. Ormai è questa la vera emergenza, che i nostri governanti ne prendano atto.

lunedì 6 luglio 2009

Il cinemino de noantri

Ferve la polemica intorno al ruolo che lo Stato dovrebbe avere nel supportare il cinema nostrano. Da una parte i cinematografari de sinistra, romanacci della casta in celluloide, figli sghembi di Citto Maselli e della "politique des auteurs", che chiedono a gran voce di rinverdire l'assistenzialismo di Stato tipico degli ultimi sciagurati vent'anni. Vogliono soldi, Fus e soluzioni ai loro problemi, che sono poi quelli di una pleiade di cineasti di scarso valore incapaci di assumersi le proprie responsabilità e che nella maggior parte dei casi hanno vissuto alle spalle della collettività senza produrre alcunché di buono. Al contempo, udite udite, dagli stessi lamentosi spaccaschermi, si leva il grido liberista: dateci tax shelter e tax credit, così il sangue tornerà ad arrossare le guanciotte emaciate dei produttori nostrani. C'è qualcosa che non quadra nel peana, se ne accorgerebbe un pupo. Insomma, esigono pane e prosciutto dal governo ma da soli non fanno nulla. Sull'altro fronte si pavoneggia Bondage, il ministro della cultura sadomaso, che prima nega, poi ammette, poi rinnega e poi viene smentito da Tremonti. Sembra proprio che ci goda a farsi del male, povero James Bondi! Dico io, ma la destra starnazza continuamente contro l'egemonia culturale dei rossfumé, spapocchia ogni giorno che la battaglia delle idee e dell'estetica va vinta e poi, tutte le volte, appena può, taglia sostegni e attenzioni alla cultura. Per poi riconcederli quando gli assistiti de sinistra frignano. Si decideranno un giorno, cineasti e politici, ad accettare definitivamente la liberalizzazione della produzione mettendoci ciascuno del proprio? I finanziamenti devono rimanere soltanto per le opere sperimentali, mentre il mercato cinematografico vero e proprio deve essere aiutato a diventare adulto e autofinanziabile. L'impressione è che, ancora una volta, le barriere ideologiche impediscano il corretto svolgimento delle cose: da una parte i rossicci statalisti e autoreferenziali che temono e desiderano nello stesso tempo il mercato. Dall'altra i nuovi burocrati del centrodestra berlusconiano, inabili a comprendere sino in fondo l'importanza della guerra delle idee. In mezzo il povero cinemino de noantri, sempre più piccolo, provinciale e smemorato.

sabato 4 luglio 2009

La destra non è una caserma

Capisco la buona fede nei propri ideali. Ma non credo nella politica come religione e come lotta. Non credo all'avversario come nemico acerrimo. Non credo nel muro contro muro. Noi buoni e loro cattivi è una mentalità infantile che non fa crescere nessuno. Dopo questo preambolo, ecco la domanda: perchè la destra, cioè il Pdl (e un pò mi pesa questa equazione così impari) deve ridursi ad usare gli stessi metodi ideologici della sinistra? Non mi pare che l'ideologia abbia riservato un destino felice alla sinistra. Allora perchè noi dobbiamo imitare chi è già stato sconfitto dalla storia? Se poi vogliamo essere puntigliosi, ci sarebbe molto da discutere sulla capacità delle èlites intellettuali della destra nell'elaborare un profilo culturale, sociale, economico e, ovviamente, politico che possa considerarsi davvero una visione del mondo. Altrimenti sono frammenti che restano patrimonio personale dei loro autori e dei loro amici. Infatti ancora non capisco se il rinnovato astio verso Gramsci e chi è riuscito a diffonderlo come un vengalo non nasconda invece una inconfessabile invidia. Ma i sentimenti non aiutano la razionalità. Infatti, alla fine, si ritorna sempre alla vera arma con cui sconfiggere ogni nemico: la critica. Contro i vapori solforosi dell'ideologia non c'è antidoto migliore che una sana e spietata critica. Non c'è bisogno di fare la guerra dei mondi. Guardate ai fatti, parlate di fatti, rispondete coi fatti. Però attenzione: la critica è "contro", quindi anche contro se stessi. E' questione di onestà pubblica. Se sbaglio, ditemelo - dovrebbe dire il politico che critica con tenacia gli avversari, ma è capace di auto-critica. Bisogna migliorarsi, continuamente. Bisogna farlo parlando, parlandosi, a viso aperto, con rispetto e intelligenza. E' una lezione tremenda per una sinistra con la mente incatenata alle ideologie del "sì o no". Altrimenti la politica diventa una caserma e i militanti diventano militari che obbediscono a qualunque comando. Non mi pare una prospettiva per persone adulte. Comunque, se fosse davvero così, speditemi per posta la cartolina precetto. Sarà mia premura stracciarla.

(nella foto: copertina della "Critica della Ragion Pura" di Immanuel Kant, saggio supremo della capacità critica della menta umana)

venerdì 3 luglio 2009

Sofri e "l'Italia cattiva"

L'ipocrisia unilaterale di quegli italiani che si sono formati sui testi sacri del marxismo è sconcertante. Una nebbia ideologica fittissima provoca loro l'asfissia neuronale, evidentemente. Adriano Sofri, detenuto modello che si atteggia a uomo libero e a scrittore, in riferimento alla nuova legge sull'immigrazione passata in Senato, titola oggi su Repubblica: "Da oggi l'Italia è più cattiva". Innanzitutto ci suona malissimo che un personaggio resosi protagonista degli Anni di Piombo, dunque tra i teorizzatori della rivolta comunista armata, parli di "cattiveria" all'interno di una nota sociopolitica. Con quale coraggio si propende prima per soluzioni estreme e sanguinarie e poi, qualche anno dopo, si infierisce su lecite decisioni parlamentari che allineano l'Italia alla legislazione di molti altri paesi europei? In secondo luogo, può essere titolato a dare la sua opinione sul tema chi confonde il sentore ideologico e morale con la neutralità delle decisioni politiche? La politica è forse buona o cattiva nel senso che di solito attribuiamo ai sentimenti? La politica è, punto. Si può discuterla e confutarla ma non le si possono certo addossare responsabilità derivanti dal sentimentalismo o dalla morale. Se nella Storia gli uomini di Stato avessero adottato questo metro avremmo avuto altri vincitori e, forse, la nostra civiltà non esiterebbe così come la conosciamo. Il fatto è che questi intellettuali engagé non distinguono la macedonia dal fico secco perché conviene loro, e plasmano la realtà in funzione del pregiudizio dogmatico che li affligge. La sinistra dovrebbe da tempo aver fatto i conti con la miopia di questo comportamento, che l' ha resi perdente e poco credibile agli occhi di tanti italiani. L'impressione è che queste persone non siano uomini liberi nel corpo e nel pensiero, costipati come sono nella scomoda muta antitraspirante del pensiero bloccato. Consiglierei a Sofri di andare a rileggersi Weber e Machiavelli prima di andare a nanna, stasera.